#Chemiogirl di Ale Ortica. Recensione

30 Ago, 2024

Quando si parla di tumore bisogna sempre stare un po’ attenti.

Lo dico qualunque sia la prospettiva. Se ci scrivi sopra un libro, il rischio maggiore è quello di cadere nella più trita retorica. Se lo recensisci, devi badare molto alle parole che usi, perché non sai fino a che punto chi scrive abbia effettivamente superato il trauma che ha attraversato.

Ortica condivide con il pubblico la sua esperienza personale. Va subito detto che è immediatamente intuibile che non esiste a monte l’intento di ottenere visibilità alcuna.

Né si può dire che tutto l’impianto narrativo sia spinto alla ricerca del pietismo di chi legge. Non c’è un passo che sia uno che sia elaborato per far scattare la lacrima facile. Anzi, quello che si riscontra è proprio lo spaccato di quello che può accadere a una persona comune nel momento in cui ha la sfortuna di dover passare per le forche caudine di questa malattia.

E’ una testimonianza sicuramente importante che illustra i cambiamenti radicali che avvengono nel momento in cui ci si affida ai protocolli sanitari. Troppo semplicistico dire che è come passare da una casa ad un’altra, da un attico a una catapecchia. E’ allo stesso modo importante l’umanità con cui si viene in contatto in queste situazioni. Principalmente tutto il personale medico e paramedico, di seguito le persone che si trovano a vivere le stesse problematiche e poi gli #altri, il #mondo_esterno che si manifestano mediante sfaccettate tipologie di #misericordia. A volte è qualcosa di non richiesto, qualcosa che è decisamente fuori luogo. In altri frangenti invece si è trattati con un margine di rispetto che va oltre qualsiasi tipo di aspettativa.

Ortica è ben lungi dal ritenere che il suo caso personale sia paradigmatico. Rimane, il suo, un contributo da tenere assolutamente in considerazione. Anche se c’è un #ma che incrina un po’ le cose.

#Chemiogirl è lo sviluppo finale di una #cosa nata per mano della stessa autrice su twitter. Su quella piattaforma Ortica aggiornava i suoi follower della sua situazione utilizzando proprio l’hashtag che dà il titolo al volume. Il fatto è che qui molti di quei tweet vengono ripresi in più di un’occasione, preceduti o seguiti dalla dettagliata esposizione di quell’aneddoto. Mi è sembrato un po’ come quando nelle recensioni si cita troppa trama o si riportano stralci delegando a quelle parole quello che si vuole dire.

Se è vero che Ortica non ha voluto spettacolarizzare il proprio dolore (anche se quando pubblichi qualcosa che riguarda il tuo privato un po’ lo fai, senza volere), il fatto di autocitarsi riportando quei post mi ha fatto pensare ad una sorta di upgrade di spettacolarizzazione.

E’ un #Sì ma con qualche consistente riserva.

 

Enrico Redaelli per Globalstorytelling